Dai volumi ai buchi

Vorrei “cancellare” l’architettura. Lo penso da sempre e continuerò a pensarlo. Mi sono reso perfettamente conto del mio desiderio di far scomparire l’architettura quando ho preso l’impegno di costruire un osservatorio sul monte Kiro nell’isola di Oshima e mi sono recato sull’area in cui doveva sorgere l’edificio. Mi si chiedeva di progettare, sulla sommità di questa piccola isola sul Mare Interno, un osservatorio che diventasse il simbolo della città. La cima era stata già soianata con i bulldozer e veniva utilizzata come parco. Nonostante la vista mozzafiato sul Mare Interno, la cima così spuntata era penoosa a vedersi. Con tutte le mie forze ho sentito allora che qualsiasi edificio avessi costruito in quel posto, qualunque cosa fosse, sarebbe dovuta scomparire.
La mia opera è l’esatto contrario del monumento alla città che il sindaco aveva in mente. Il mio progetto consiste nel ridare alla cima la sua forma originale e costruire l’osservatorio sottoterra. Ho riportato allora in loco la terra per ripristinare la forma originale della montagna ed ho piantato del verde, ricreando così l’aspetto originale. Quindi ho costruito l’edificio sottoterra, ottenendo l’effetto di una spaccatura che fende in due la cima. In questo modo l’edificio non appare come un corpo estraneo che si impone nell’ambiente circostante, ma è piuttosto un “buco” nell’ambiente stesso. Ammesso che gli oggetti architettonici si possano considerare oggetti “maschili”, quelli interrati si possono definire “femminili”. Finora quella che l’umanità ha creato è quasi tutta architettura “maschile”. Ora che sappiamo quanto sia delicato e fragile l’ambiente, incominciamo a dubitare del valore dell’arrchitettura “maschile”.
(…) Per molti anni l’architettura è stata percepita come volume. I metodi di calcolo rozzi e primitivi, usati nella società capitalista, si concentrano esclusivamente sul volume e su nell’altro. Quello cui lo spirito e il corpo umano anelano veramente non sono nè gli oggetti, nè i volumi, bensì i “buchi”.
Kengo Kuma
in Spazi pubblici contemporanei. Architettura a volume zero.

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